02-10-2026 L’Altroparlante

Nel 2026, la ricorrenza di questa giornata cade proprio mentre, nella sede centrale delle Nazioni Unite, si svolgono i lavori della 81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il cui tema generale era «Restoring Trust, Managing Transformation: A United Nations That Delivers for All» (ripristinare la fiducia, gestire la trasformazione, costruire un’ONU capace di agire per tutti).

Qui la parola “pace” sembra essere scomparsa, sostituita dalla parola “guerra”. E a pagarne il prezzo sono, come sempre, i più piccoli. Nel proprio discorso di apertura, lo stesso Segretario Generale, António Guterres, ha ribadito che la pace non è semplicemente l’assenza di un conflitto, ma la gestione del potere attraverso il diritto. Un appello che non sembra aver colpito molti dei leader presenti: le guerre sono sempre di più e il ricorso alla violenza è diventato una normalità.

Molti rappresentanti hanno condito i propri interventi con minacce e riferimenti alla guerra. Il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha parlato della possibilità di «annientare» la Repubblica islamica dell’Iran qualora non si raggiungesse un accordo. Parole non molto diverse da quelle usate in altre occasioni nei confronti di altri Paesi, ma che hanno un peso ben diverso in una sede che dovrebbe essere il centro del confronto diplomatico tra gli Stati (cfr. la trascrizione della prima giornata del Dibattito generale della 81ª sessione, ndr). Trump non è stato l’unico a farcire il proprio discorso di minacce e di riferimenti alla guerra, all’uso della forza e alla necessità di ricorrere alle armi per ottenere qualcosa. Non tutti i relatori hanno utilizzato toni così duri.

Resta, però, significativo il fatto che guerre e conflitti armati siano ormai considerati uno strumento legittimo per dirimere le questioni internazionali.

Il mondo è costellato di conflitti armati (secondo alcuni studi, sarebbero almeno una cinquantina). Che fine ha fatto l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite che stabilisce che gli Stati devono risolvere le proprie controversie con mezzi pacifici e devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato? Anche l’articolo 33 indica che devono essere negoziati, mediazione, conciliazione, arbitrato e soluzione giudiziaria gli strumenti attraverso i quali le parti devono trovare una soluzione pacifica (cfr. il testo integrale della Carta delle Nazioni Unite, ndr).

A pagare le conseguenze delle guerre volute dagli adulti spesso sono i più piccoli. Le Nazioni Unite identificano sei tipi di gravi violazioni contro i bambini nei conflitti armati: uccisione e mutilazione; reclutamento e impiego da parte di forze o gruppi armati; attacchi a scuole e ospedali; stupro e altre forme di violenza sessuale; rapimento; negazione dell’accesso agli aiuti umanitari. Secondo gli ultimi dati ufficiali, nel 2025 sono state ben 38.558 le gravi violazioni contro i bambini.

Ma questi numeri rappresentano solo una parte di tutti i casi: sono infatti soltanto quelli verificati e documentati dalle Nazioni Unite. A causa delle difficoltà di accesso alle aree di guerra, molti altri casi non possono essere confermati. Questo significa che la reale dimensione del fenomeno potrebbe essere molto peggiore. Ma non basta. In teoria, tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite sarebbero obbligati a rispettare il principio della R2P, la Responsabilità di Proteggere, anche per quanto riguarda la protezione dei minori durante i conflitti armati. Ma sono pochi quelli che lo fanno, anche solo in parte.

Dietro ognuno dei casi segnalati dalle Nazioni Unite non c’è solo un numero: c’è un bambino che non sa nulla di quella guerra, della violenza o delle accuse di alcuni leader estremisti che si ostinano a indicare perfino i neonati come terroristi (cfr. C. Alessandro Mauceri, R2P, diritti dei minori e la lista della vergogna: gli effetti delle guerre sui minori, 2026, ndr). Una violenza che non produce vittime soltanto nel momento in cui viene esercitata. Un bambino che cresce sotto le bombe può crescere pensando che la paura sia normale. Un bambino che vede il proprio quartiere distrutto può imparare che le bombe siano il modo migliore per ottenere qualcosa.

Un bambino può portare dentro di sé le conseguenze della guerra anche dopo che questa è terminata. Un bambino che non può andare a scuola rischia di non poter costruire il proprio futuro. Un bambino che non può ricevere cure e un’alimentazione adeguate durante l’età dello sviluppo potrebbe subirne conseguenze rilevanti anche da adulto.

La non violenza è uno dei principi fondamentali intorno ai quali i padri fondatori delle Nazioni Unite hanno costruito il sistema internazionale del dopoguerra. Un principio che, nei decenni passati, è stato violato decine di volte. Oggi, però, si assiste ad un cambiamento importante. Finora le guerre sono state presentate come reazione, entro certi versi legittima, a un attacco. Ora alcuni considerano la violenza e la guerra come uno strumento legittimo per imporre i propri diktat.

Una violenza che non è un concetto astratto. Basta vedere a quello che avviene in ogni contesto, dai rapporti internazionali alla vita di tutti i giorni (anche nella scuola). Come si può insegnare ai bambini il rispetto, il dialogo e la capacità di risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza se gli adulti che governano il mondo sono i primi ad utilizzare la forza per imporre le proprie scelte?

La Giornata della Non Violenza non deve essere una sterile celebrazione delle teorie di Gandhi. Per tutti, e soprattutto per chi governa, è un’occasione per rispondere ad alcune domande. Cosa stiamo insegnando ai bambini quando parliamo di guerra?

Che credibilità ha una comunità internazionale che chiede alle nuove generazioni di costruire la pace mentre i governi si minacciano a vicenda e risolvono le controversie con la forza delle armi? Come è possibile proclamare la pace e poi spendere centinaia di miliardi di dollari in armi e armamenti mentre centinaia di milioni di bambini muoiono di fame?

Sottoscrivendo la Carta delle Nazioni Unite, i leader mondiali affermarono che la forza non è la soluzione dei problemi. A ottant’anni di distanza, questo concetto sembra aver perso significato. È il momento di tornare a risolvere i problemi in modo pacifico e non violento, rispettando il diritto degli altri di decidere per sé.

Ma, soprattutto, è il momento di proteggere i bambini dalla violenza: la pace e la non violenza, prima ancora di essere un accordo fra Stati, sono il diritto di un bambino a crescere senza pensare che la violenza sia una risposta naturale a ogni controversia.

C. Alessandro Mauceri

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