KC Genova Columbus - Relazione prof. Enzo Baldini sul tema "Utopia e antiutopia: sogni di futuro e amare riflessioni sul presente"  

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Pubblicato da: Federica | KC Genova Columbus | 28.01.2020 |  Letture: 252

KC Genova Columbus - Relazione prof. Enzo Baldini sul tema
Interessante programmazione della nostra Presidente Franca Durst Erede in collaborazione con l'amico e socio onorario Prof. Michele Marsonet che ha visto il 25 Gennaio 2020 ore 13 nella nostra sede al ristorante "Le Terrazze del Ducale" (Palazzo Ducale 3° piano) come ospite e relatore il Professor ENZO BALDINI, già Ordinario di "Storia del pensiero politico" all’Università di Torino, dove ha insegnato anche "Teorie e storia della democrazia", "Metodi e risorse telematiche per la storia della idee politiche" e "Laboratorio di Reti mediali e telematiche", ed ha diretto il Corso di Laurea specialistica "Reti telematiche per applicazioni sociali ed economiche", ci ha parlato sul tema "Utopia e antiutopia: sogni di futuro e amare riflessioni sul presente".
Tutto il Direttivo ha fatto onore al LGT. Governatore della nostra Divisione Lombardia 1 Liguria Aurelio Fonio e all’esimio prof. Enzo Baldini. Erano presenti il Presidente Franca Durst Erede, il Pres. Fondatore Luciano Giacomini, il Segretario Luigi Pampana Biancheri, il Tesoriere Pierpaolo Grillo, e i soci Tiziana Gatto (prossimo Presidente), Francesco Di Iorgi, Lilia Quarantini, Maria Angela Viterbo, Giuseppe Murolo e naturalmene il Prof. Michele Marsonet. Molto apprezzate le telefonate, di auguri, dei soci Sandra Moran e Giovanni Sturlese bloccati dall’influenza.
Ai saluti del Presidente Franca Durst Erede ha fatto seguito, nel contesto della tradizionale finestra sul Kiwanis, il LGT. Gov. Aurelio Fonio che ha esposto le linee guida ed i programmi della Divisione per l’anno in corso ed infine la Conferenza del Prof. Enzo Baldini che ha catturato l’attenzione degli invitati obbligando il Professore a rispondere alle domande sull’argomento anche durante il pranzo conviviale.
Luciano Giacomini
Chairman Public Relation and Communication


Relazione del Prof. Enzo Baldini

Utopia e antiutopia: sogni di futuro e amare riflessioni sul presente

Non mi occuperò qui di utopia nella sua accezione di diffusa sensibilità sociale, che pure ha avuto teorici di rilievo, i quali ne hanno anche rintracciato significative presenze in vari momenti storici di forte mutamento culturale; né mi soffermerò su utopia come sinonimo di proiezioni sognate e vagheggiamenti irrealizzabili, una concezione questa maggiormente presente nel linguaggio comune. Mi limiterò invece a parlare della letteratura utopica, vale a dire di scritti con puntuali valenze utopiche anche nella loro architettura finzionale e cercherò di mostrare come essi abbiamo, se non nella totalità almeno per la maggior parte, una connotazione e degli obiettivi decisamente realistici.
Poche opere hanno inciso sulla cultura occidentale come l’Utopia di Thomas More (1516), e certo non solo perché da essa prende il nome la vasta e variegata letteratura “utopica”. Anzi, ciò ha costituito talora un’insidia per gli studiosi, dal momento che testi ed espressioni di carattere utopico erano già ben presenti nel mondo classico e medievale, molto prima cioè della pubblicazione dell’opera di More.
Termine coniato da More, Utopia significa, nella sua matrice greca, il Paese che non c’è, da ou tòpos (non luogo), come conferma il titolo Nusquama (nessun luogo), di matrice latina, inizialmente apposto alla prima versione dell’opera inviata ad Erasmo. Apparentemente, quindi, nulla a che vedere con l’altra matrice greca del termine, vale a dire eu tòpos (luogo felice), che pure compare in uno dei brevi testi posti in apertura dell’opera di More coi quali illustri umanisti europei intendevano sostenere e difendere l’ardito trattato moreano. In realtà “Utopia” diventa immediatamente un termine polisemantico e non soltanto nella dimensione volutamente enigmatica tipica degli scritti umanistici.
Anzitutto va detto che Genova rientra nel percorso che da Erasmo porta al More dell’Utopia. Erasmo doveva infatti accompagnare da Londra a Bologna i due giovani Giovanni e Bernardo Boeri, figli del medico di corte Giovanni Battista Boeri (Boerius), i quali proprio a Bologna avrebbero dovuto conseguire la laurea in diritto. Una laurea ben più prestigiosa di quella in medicina che il padre, originario di Taggia nel ponente ligure, aveva conseguito nel 1486 nella neonata e marginale università di Genova, prima di raggiungere pochi anni più tardi i propri fratelli in Inghilterra e ottenere il prestigioso incarico di medico di Enrico VII.
Autodidatta nello studio del greco, Erasmo era terrorizzato dall’imminente confronto con i grecisti italiani che godevano di fama conclamata anche perché potevano fruire di importanti opere greche inedite, arrivate loro a seguito dell’avanzata dei turchi e della caduta dell’Impero romano d’oriente (1453). Ma il soggiorno italiano (1506-1509) rinfrancò a tal punto Erasmo che nel viaggio di ritorno iniziò la stesura dell’Elogio della Follia (Encomium Moriae), opera terminata poi a Londra in casa di More (al quale alludeva scherzosamente nel titolo), in cui scagliava ardite critiche all’intera società del tempo, dalla Chiesa, ai teologi e agli ordini religiosi, dalle università, ai potentati politici e a usanze inveterate, mosso da ansia riformatrice e polemica antiscolastica. Con il raffinato schema finzionale adottato (è la Follia a parlare che, si sa, non va presa sul serio), il timoroso Erasmo si metteva al riparo da condanne e ritorsioni, ma lanciava un modello che More non avrebbe esitato a riprendere, usando un giocoso schema narrativo ancor più raffinato per muovere critiche all’Inghilterra e alla cristianità del tempo.
Utopia è un isola sperduta nell’Atlantico del sud dove un immaginario navigatore, compagno di Vespucci, è arrivato dopo essersi fatto lasciare con alcuni compagni per conoscere meglio territorio, usanze e istituzioni. Si tratta di Itlodeo (termine di origine greca che può essere reso con “chiacchierone” o “contafrottole”), il quale sarebbe poi tornato in Europa e nell’estate del 1515 avrebbe incontrato ad Anversa More, che si fa raccontare (e a sua volta racconta nella propria opera) le caratteristiche e il modo di vivere degli Utopiani. Costoro vivono in una società autarchica dove tutto è pianificato nei particolari: non esiste la proprietà privata, oro e pietre preziose sono disprezzati ed è cancellata ogni distinzione di ceto; non ci sono cortigiani, religiosi e uomini d’arme sfaccendati come nell’Inghilterra del tempo, tutti i cittadini si dedicano a turno all’agricoltura, oltre a praticare uno dei pochi mestieri indispensabili, per cui bastano 6 ore di lavoro giornaliere per garantire agiatezza, sicurezza e pace interna; ogni religione è tollerata purché si creda in una divinità suprema, nell’immortalità dell’anima e nella provvidenza divina. Gli Utopiani non conoscono i Testi Sacri, eppure sono riusciti a creare una società pienamente armonica, giusta e garante di felicità individuale e collettiva, con ospedali, ospizi e funzionali forme di assistenzialismo, cose che i potentati “cristiani” del tempo di More erano ben lungi dal realizzare, anzi continuavano a perpetuare privilegi di ceto insieme a condizioni di vita marginali e intollerabili, oltre a continue guerre. Le critiche all’Inghilterra diventavano poi ancor più palesi con l’aggiunta di un libro iniziale nel quale More passava in rassegna le penose carenze e le efferatezze della società inglese, compresa la crescente recinzione delle terre, volta ad assicurare il redditizio allevamento di pecore per l’esportazione della lana, ma a detrimento dell’agricoltura e con la creazione di masse di contadini disoccupati ridotti alla fame e costretti al latrocinio, e per questo impiccati a migliaia ai margini delle strade (“le pecore mangiano gli uomini”). La “perfetta” Utopia suona così una come dura condanna dell’Inghilterra, colma invece di ingiustizie.
Decisamente ancor più realistica dell’opera di More è la sua prima imitazione, scritta e pubblicata significativamente in tedesco (cioè per il “popolo”) da Johann Eberlin, un predicatore francescano che aveva frequentato i circoli umanistici della Germania meridionale, restando però ancorato a valori medievali che gli impedivano di cogliere le sottili raffinatezze delle opere di Erasmo e di More, che pure aveva letto con attenzione. Gli Statuti del Paese di Wolfaria (1521) sono due opuscoli di una serie di 15 brevi scritti di Eberlin (Quindici Confederati) stesi con chiaro intento di propaganda subito dopo la sua conversione alle dottrine luterane, peraltro da lui ritenute in piena sintonia con quelle di Erasmo (2 dei 15 opuscoli traducevano brani dell’Elogio della follia), oltre che con quelle di Hutten e di altri teologi “radicali” presto sconfessati da Lutero. Come il suo nome suggerisce in maniera trasparente, Wolfaria (una latinizzazione del tedesco) è un paese fantastico dove tutto “funziona bene” (wohl fährt), è il paese del “benessere” (Wohlfahrt), mentre i suoi ordinamenti sono stati resi noti da “Psitacus”, vale a dire da un “pappagallo”, che assolve il compito assegnato da More a Itlodeo: una cornice utopica essenziale che ritorna nella datazione finale dei due scritti, ma sufficiente per gli obiettivi del prolifico e incisivo Eberlin, definito addirittura come “il Lutero della Germania del sud”. I suoi due opuscoli, considerati la prima utopia luterana, riportano gli Statuti ecclesiastici e temporali di Wolfaria, che riflette in maniera scoperta la Germania del tempo, dove tali Statuti dovrebbero essere applicati.
Eberlin introduce così un nuovo schema utopico, quello degli statuti ideali, ma lo fa con pragmatico spirito riformatore in ambito sociale, politico, e religioso. Tutte le cariche politiche sono affidate a nobili che però sono eletti da contadini (il ceto dominante in Wolfaria) e che possono governare solo con l’ausilio di Consigli anch’essi eletti e composti per metà da nobili e metà da contadini; questi ultimi assumono così un significativo ruolo politico ben quattro anni prima della drammatica rivolta contadina tedesca del 1525. Nel frattempo però Eberlin, dopo aver frequentato Lutero, aveva modificato le sue idee riformatrici e non aveva esitato a condannare il suo Paese di Wolfaria, confermando così il difficile rapporto tra Utopia e Riforma protestante, almeno negli anni dell’affermazione delle dottrine luterane.
Non ho qui modo di affrontare il serrato dibattito che si è sviluppato soprattutto nel secolo scorso per cercare di stabilire l’ambito specifico del genere utopico e la sua collocazione nelle grandi sistemazioni teoriche del pensiero filosofico e politico. Né posso ripercorrere la complessa storia della letteratura utopica, anche solo a partire da More. Di certo le sue peculiarità si sono modificate nei secoli, come pure gli schemi finzionali. Anche le collocazioni geografiche di queste società ideali sono sempre più spostate verso terre non ancora esplorate o scarsamente conosciute. Se Utopia è sulle coste atlantiche del Brasile, la Città del Sole di Campanella (1602) è nell’isola di Taprobana (verosimilmente Ceylon) nell’oceano indiano, la Nuova Atlantide di Francesco Bacone, (1624) è nell’isola di Bensalem (fusione di Betlemme e Gerusalemme) nel pacifico del sud, L’altro mondo di Savinien Cyrano de Bergerac (1657) è addirittura sulla luna, mentre l’utopia di Mercier (1770) è spostata in un futuro lontano come attesta già il titolo: L'anno 2440. Si arriva poi alle utopie sociali e politiche che hanno attraversato l’Ottocento: da quelle dei socialisti “utopistici” (Saint-Simon, Fourier, Owen), così definiti da Marx ed Engels nel loro Manifesto del partito comunista (1848), sino a Guardando indietro 2000-1887 (1888) di Edward Bellamy, una proposta di impronta socialista basata sulla nazionalizzazione della proprietà privata, che ebbe vasta eco negli Stati Uniti del tempo, e a Notizie da nessun luogo (1891) di William Morris, socialista anarchico che risponde a Bellamy e prefigura una Londra del XXI secolo caratterizzata da una società aperta e libertaria.
Dopo la prima guerra mondiale, la rivoluzione russa e l’avvento dei nuovi processi industriali prende corpo una letteratura che delinea una realtà sociale e politica marcatamente negativa, individuata come punto di approdo di aspetti preoccupanti già in atto nel presente: è la letteratura che prende il nome di distopia (da dys tòpos luogo cattivo) o antiutopia: un’espressione letteraria che ha avuto notevole successo anche a livello cinematografico e che ben presto si prolungherà (quasi a confondersi) con la fantascienza.
Mi limito a due citazioni. Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley, un pacifista inglese, con interessi per la parapsicologia e il misticismo filosofico, che disegnò un modello di società basato sull’eugenetica e sul controllo mentale, caratterizzato dal rifiuto della storia oltre che dalla produzione industriale e programmata degli embrioni umani; una società ambientata nell'anno di Ford 632, corrispondente all'anno 2540 della nostra era. Il “nuovo mondo” è infatti improntato dai princìpi della produzione in serie applicati nelle industrie automobilistiche Ford per il "Modello T" (1908); così Henry Ford è il dio di questa nuova società ed il segno della "T" rimpiazza quello della croce cristiana.
Più noto è 1984 di George Orwell (pseudonimo di Arthur Blair) scritto nel 1948 (da qui il titolo con le ultime due cifre invertite) e pubblicato nel 1949. Siamo in piena guerra fredda e Orwell, socialista anarchico che ha combattuto nella guerra civile spagnola dove ha avuto conferma degli effetti nefasti dello stalinismo, disegna una società minuziosamente controllata dal Grande Fratello, basata su sorveglianza e indottrinamento ossessivi soprattutto attraverso teleschermi con telecamere incorporate, con una feroce psicopolizia, una sistematica azione di spionaggio e un’inflessibile rieducazione di chi ha deviato. È una feroce critica a Stalin e al suo regime ma anche un’inquietante rappresentazione di ciò che ci aspetta se l’umanità scivolerà sempre più su questo piano inclinato.
Per arrivare a decenni più vicini a noi è sufficiente pensare ai numerosi romanzi di fantascienza che descrivono una società nata dopo catastrofi nucleari e disastri naturali o da un uso perverso delle nuove tecnologie. E a questo proposito la mente corre all’esperimento filmato dalla BBC già nel dicembre 2017, quando ¬(grazie alle numerose telecamere, all’intelligenza artificiale e ai sistemi di riconoscimento facciale) sono bastati 7 minuti alla polizia cinese per rintracciare un giornalista a spasso nella città di Guyiang di circa 4 milioni e mezzo di abitanti. Non stupisce quindi che nei resoconti e commenti di tale accadimento ricorra sistematico l’inquietante riferimento al Grande Fratello.















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