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Il Kiwanis Club di Lentini in gita culturale a Sambuca di Sicilia  

Pubblicato da: mfpellegrino | KC Lentini |  Letture: 1503

Il Kiwanis Club di Lentini in gita culturale a Sambuca di Sicilia
Nei giorni 9 e 10 dicembre il Kiwanis di Lentini ha organizzato con la sapiente regia dell’amabile Giusy Milanesi, attuale presidente del club, la seconda gita breve dell’anno sociale 2016/2017 con pernottamento nella grossa città marinara di Sciacca e visita guidata del bel borgo di Sambuca di Sicilia nella valle del Belice. Risalendo lentamente il lungo corso alberato di Sambuca, con mandarini maturi occhieggianti qua e là dai rami e sotto un cielo limpido e caldo da fare invidia a una splendida mattina di primavera, l’attenta brigata dei soci kiwaniani ha scoperto e ammirato i segni di un passato glorioso assai ben conservato e custodito, e di un presente altrettanto operoso e ricco di ammirevoli iniziative: spettacoli teatrali, sport nautici sul lago artificiale Arancio, promozione agroalimentare. La giovanissima guida della pro loco non si è risparmiata nel darne notizia in un percorso a ritroso che dall'‘800 e dal ‘900 e culminato, nel pomeriggio, nella parte alta e più antica del borgo, quella araba con i 7 caratteristici vicoli saraceni e con i resti, sulla spianata del Belvedere, del castello costruito dall’emiro Al Zabut. Spianata da cui si gode una vertiginosa vista di campi e colline ordinatamente coltivati e del boscoso monte Adranone i cui reperti archeologici del periodo greco-punico sono custoditi nel museo allestito dentro il seicentesco palazzo Panitteri. Vistoso il balcone barocco di palazzo Beccadelli; armonioso il cortile interno di palazzo Ciaccio; piccolo ma elegante gioiello dall’acustica perfetta l’ottocentesco teatro L’Idea con i suoi tre ordini di palchi ad anfiteatro e le rosse poltrone in platea; monumentale l’ingresso della Chiesa del Carmine che racchiude statua e fercolo della Madonna dell’Udienza patrona di Sambuca; saturi di “screpolature” del passato le facciate della vecchia Chiesa chiusa della Matrice e della Chiesa del Rosario (voluta dal popolo e dal caratteristico sagrato variegato di erba), e i muri e gli stucchi in eccesso e di stile diverso della Chiesa del convento di Santa Caterina; sereno specchio d’azzurro fra il verde il lago Arancio; stillante secoli e umidità la cava gialla di tufo arricchita di recente di una snella, allegorica, statuetta simboleggiante la vite/vita e, su un mastodontico macigno, di una scritta nera a memoria dei migranti che muoiono in mare. Originali e significative testimonianze del ‘900 anche le sculture tessili della francese Sylvie Clavel, realizzate con tipi variati di nodi (a tinte diversificate o in bianco grezzo) e dalla complessa simbologia, che getta un ponte fra cultura europea, cultura indigena africana e tecniche yoga su una base di tormentata tematica esistenziale (la tenda col prigioniero, la IV scimmia…). Altrettanto interessante la pinacoteca dell’Istituzione Gianbecchina che espone tele e disegni del pittore, nativo di Sambuca e rimasto tutta la vita visceralmente legato alla sua terra e alla sua gente contadina, di cui ha fissato colori del paesaggio, volti rugosi maschili e femminili, rudezza di gesti al lavoro e in riposo, mediando ubertosità dei luoghi e fatica, tenacia, dolore degli individui. In una nota autobiografica esibita a commento dei quadri si legge: “Materia della mia pittura è la terra siciliana, nella quale respiro quando vago tra i campi biondi di messi o tra le distese viola di sulla, oppure riposo all’ombra degli ulivi d’argento o contemplo l’azzurro profondo del cielo e del mare” E della civiltà contadina insidiata “dall’incalzare della macchina” Gianbecchina precisava di volere cogliere l’eredità degli antichi valori che insegnano “la pacifica convivenza degli uomini e l’amore alla terra che scaldata dal sole e mossa dal lavoro, alimenta la vita”. Non sono naturalmente mancati i momenti goliardici e ghiotti, con degustazione di arancini tipici, ricotta calda e del dolce locale, “i minni di virgini” (creato con ingredienti semplici da una suora per il matrimonio di don Pietro Beccadelli) con ulteriore insaporimento di birra di frumento di produzione artigianale-locale. Una gita insomma all’insegna della spensieratezza, della cordiale amicizia Kiwaniana ben orchestrata da tutto il direttivo, e del godimento di frammenti di Storia e prodotti della terra.
Maria Nivea Zagarella - addetto stampa











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